Sistemi comuni per curare il cancro alla prostata


Esistono molti rimedi per curare il cancro alla prostata, in questo brano vediamo quelli usati più di frequente:

La chirurgia, le radiazioni e la terapia ormonale sono i sistemi più comuni per curare il cancro alla prostata, ma ne esistono anche altri. Per esempio:

La criochirurgia

La criochirurgia è una tecnica relativamente nuova per cui le cellule malate, e la prostata in cui si trovano, vengono congelate fino a morire. Molte autorità la considerano ancora in una fase sperimentale. Anche se si tratta di un’operazione meno grave della prostatectomia totale, rappresenta sempre un trauma per l’organismo. L’impotenza e l’incontinenza sono conseguenze abbastanza comuni e tra gli altri effetti collaterali figurano: perdite di sangue, infe¬zioni, ipotermia, fistola uretrorettale (che può portare a una colostomia), danni alla vescica o all’uretra, eccessiva frequenza e urgenza di urinare e ritenzione urinaria. La criochirurgia è comunque una buona alternativa medica molto meno invasiva e altrettanto efficace dell’asportazione totale.

L’ipertemia

L’ipertermia, l’opposto della criochirurgia, viene utilizzata separatamente o in concomitanza alle radiazioni. Il calore viene applicato alla prostata tramite microonde provenienti da una sorta di scatoletta, grande come un portasigarette, posizionata tra le gambe o sopra l’addome. Non si sa esattamente quanto il calo¬re sia in grado di eliminare il cancro; alcune autorità sostengono che danneggia i vasi sanguigni diretti alle cellule malate, senza però colpire quelle sane, oppure che uccide i tessuti tumorali già indeboliti dalle radiazioni. Altri ancora pensano che interferisca con la capacità delle cellule cancerose di produrre proteine o di mantenersi “pulite”. Si tratta comunque di un mezzo efficace.

La chemioterapia

La chemioterapìa fa ricorso a potentissimi farmaci che uccidono le cel¬lule del cancro. Essi però non colpiscono specificamente il tumore, ma qualunque cellula che si sviluppi rapidamente, e cioè anche quelle dei capelli, quelle del rivestimento interno dello stomaco, quelle del sistema immunitario e quelle delle ossa; gli effetti collaterali sono dunque terribili. La chemioterapia non è particolarmente efficace contro il cancro alla prostata, ma vi si fa ricorso se sono state intaccate anche altre parti del corpo. Non rappresenta comunque una cura definitiva: aiuta solo ad alleviare i sintomi nel caso di uno stato patologico avanzato.

L’attesa vigile

L’attesa vigile viene raccomandata da alcuni medici (soprattutto nel caso di pazienti molto anziani) durante i primi stadi, prima che il tumore sia abbastanza sviluppato da “giustificare” un intervento chirurgico o l’applicazione di raggi. È sicuramente un sistema non aggressivo, ma non fa nulla per stimolare le naturali difese dell’organismo. Molte ricerche hanno dimostrato che chi sceglie questa strada vive mediamente quanto chi opta per la chirurgia, o anche un po’ più a lungo, e con una qualità di vita notevolmente superiore. (Per maggiori informazioni sull’argomento, vedi l’articolo “Aspettare ancora, con vigilanza” del 13-5-96 della rivista Fortune).
Simili approcci possono completare o sostituire l’asportazione chirurgica, le radiazioni e la terapia ormonale, ma non centrano il problema. Nessuno infatti purifica il corpo da tossine e blocchi, né rafforza la capacità di auto-guarigione: è questa invece V unica via per affrontare seriamente un tumore alla prostata.

Il testo è tratto dall’interessante libro di L. Clapp “Guarire la prostata in 90 giorni”

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