Marketing farmaceutico: attenti alle bufale


Ospitiamo un nuovo contenuto del bellissimo libro “Salute e bugie” di S. di Grazia, che vi consigliamo caldamente di acquistare.

Marketing farmaceutico: attenti alle bufale

Colorful tablets with capsules and pills on blue background

Messaggi ingannevoli Oggi le aziende farmaceutiche spendono milioni di euro in marketing diretto e indiretto, evidente o subdolo, indirizzato ai consumatori (i potenziali pazienti) e ai prescrittori (i medici): questo perché hanno capito che rende molto di più un prodotto commercialmente allettante di una cura utile ma meno «appariscente».

 

I medicinali più venduti in farmacia sono quelli che ottengono maggiore eco sui giornali e sui cartelloni pubblicitari: avete mai visto una réclame dell’insulina? Be’, non la vedrete mai, perché il mercato del paziente diabetico è stabile, conosciuto; si tratta di un’entrata economica sicura come i vaccini, che rappresentano una delle voci meno lucrative per le casse delle ditte farmaceutiche.

 

Le aziende quindi puntano su nuovi settori, sulle compresse per la cellulite, gli integratori, gli afrodisiaci, i farmaci contro la calvizie, tutti problemi certamente importanti, ma che non rappresentano una malattia letale o un serio problema di salute. In effetti, un’azienda farmaceutica non guadagna soprattutto dagli antibiotici o dai vaccini, ma da tutta una serie di iniziative commerciali secondarie che puntano al largo consumo, come gli analgesici o le vitamine.

vitamin-supplements

Parte di informatori scientifici del farmaco, nove riguardano integratori, prodotti di bellezza, vitamine, creme e cremine; solo una è relativa a «farmaci veri». Se dovessi giudicare da questo il mio lavoro, più che un ginecologo sarei un estetista.

 

Quando crediamo di aver bisogno di un prodotto per la salute, quindi, dobbiamo sempre chiederci: «Mi serve davvero o sto solo abboccando a una pubblicità?». Perché il marketing farmaceutico ha un unico obiettivo: farci credere che l’inutile sia fondamentale per la nostra salute. Dovremmo riflettere e decidere ricordando che siamo bersagli di messaggi ingannevoli, poco chiari se non evidentemente falsi.

 

Ricordate la pubblicità dell’« acqua che elimina l’acqua»? Bere acqua minerale di una marca ben precisa ci aiuterebbe a eliminare l’acqua.

 

Incredibile e invitante, se non fosse che qualsiasi acqua, persino se inquinata o sporca, rimpiazza quella presente nel nostro organismo; in caso contrario avremmo dei reni malati, non funzionanti. La scritta «può avere effetti diuretici» nelle etichette delle acque minerali equivale a un ipotetico cartello «può bruciare» sul fornello della cucina. Siamo talmente stupidi noi consumatori?
No, in realtà siamo ingenui, vogliamo sentirci dire ciò che ci piace: se un’acqua elimina l’acqua sicuramente farà bene alla salute e quindi la acquistiamo. Se un’acqua è «indicata nelle diete povere di sodio» è da comprare subito; non pensiamo che l’unica acqua controindicata nelle diete povere di sodio (ovvero che prevedono un ridotto apporto di sale) sarebbe quella di mare: avvertiti, dunque, non bevete l’acqua di mare che è salata! Farci credere che assumere una pastiglia o un integratore possa cambiare la nostra vita è il passo successivo, quello che ha fatto diventare il mercato degli integratori uno dei business più redditizi del nostro secolo.

 

Integratori e vitamine, ci servono? Già: quello degli integratori è uno dei mercati più sviluppati della nostra epoca, e genera guadagni enormi. Sugli scaffali di una farmacia sono in bella vista vitamine per tutti i gusti: per la menopausa, per lo sportivo, per l’uomo, la donna, il bambino. Sono integratori. Il termine stesso dovrebbe far capire che non servono a niente se si è in buona salute. Essere donna o uomo, essere in menopausa o fare lo sportivo non sono malattie, e chiunque si trovi in questo stato e abbia una vita e un’alimentazione «normale» non ha alcun bisogno di integrare. L’integrazione di vitamine ha senso solo quando, per cause diverse (malattie, terapie in corso, malnutrizione, convalescenza e altro), il nostro organismo non trova sufficiente sostegno nutritivo dalle sostanze apportate dall’alimentazione quotidiana.

 

In questo senso, integrare ciò che serve ha un significato anche terapeutico, altrimenti assumere vitamine o integratori non serve a nulla. A chi acquista, intendo; perché chi li produce ha tutto l’interesse a far credere che è fondamentale assumere tale vitamina, integrare quel sale minerale, prendere la pillola capace di salvarci da giornate tristi. Si tratta di marketing: guardate le scatole colorate, le immagini di famiglie felici e mamme in piena forma che con una pillola dimenticano gli stress e le fatiche di tutti i giorni. Sembra quasi che senza le pastiglie di vitamine la nostra vita si trasformi in un grigio susseguirsi di ore tristi. Eppure non vi è nessuna prova che l’integrazione (immotivata) di vitamine migliori le performance psichiche o fisiche di una persona in salute (cosa dovrebbe migliorare in chi sta bene?). Non solo: si è visto che c’è chi esagera ed entra in sovradosaggio (alcune vitamine a livelli eccessivi possono essere tossiche), in altri casi si è notato che l’assunzione di integratori fa sentire «protetti», e certi individui si permettono poi stili di vita non salutari.

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L’idea dell’integrazione inutile non è nuova; è, al contrario, una delle prime invenzioni dell’industria farmaceutica. Tutto iniziò con i derivati dell’olio di pesce che avrebbero avuto un benefico effetto sull’intelligenza dei bambini. La pubblicità si appoggiava a ricerche secondo le quali i bambini che assumevano l’olio di pesce ottenevano risultati scolastici migliori, ed era tanto l’entusiasmo che ci furono persino scuole pronte a lanciare campagne per l’integrazione di questa sostanza nella dieta degli scolari. La ricerca esisteva, ma in base ai dati il miglioramento di rendimento scolastico (lieve) era presente anche nei bambini che non avevano assunto l’integratore.
Una vera e propria bufala alimentare. L’idea di «aiutare» i bambini nello sviluppo deriva dalle paure del dopoguerra, quando si soffriva davvero la fame, le mamme desideravano a tutti i costi dei bambini forti e in salute e non erano rari i casi di malnutrizione (in quel contesto l’integrazione sarebbe stata una panacea, in effetti). Nacquero così i «ricostituenti»: sciroppi,
caramelle, oli, beveroni con qualsiasi ingrediente desse l’impressione di poter fare bene al pargolo. Io stesso ricordo le mie resistenze (strenue, a dire il vero) al cucchiaio colmo di olio di fegato di merluzzo proposto da mia mamma e prescritto dal pediatra.

 

L’altra faccia di questa moda è che gli integratori costano tanto. Se avessero davvero un’utilità si potrebbe comprarli volentieri, ma spendere per qualcosa che non ci serve ha un nome ben preciso: consumismo. Ecco cosa rappresentano gli integratori che si trovano nei banchi delle farmacie e anche, ormai, in quelli dei supermercati. La cosa migliore da fare? I soldi che avreste destinato a un integratore usateli per comprare una bicicletta: è più divertente, fa bene alla salute, previene molte malattie e può persino aiutare a fare nuove amicizie.

 

Dite che andare in bicicletta è molto più faticoso dell’ingurgitare una pillola colorata? Avete ragione: ma l’alternativa è l’ozio, e questo bene non fa. Sta a voi scegliere, perché la via che sembra più semplice spesso non è la migliore.

Ringraziamo ancora una volta il dottor Di Grazia per le informazioni molto interessanti contenute all’interno del suo libro

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