La diagnosi dei problemi di prostata


Come fare per diagnosticare i problemi di prostata? Vediamolo insieme:

Per diagnosticare i tumori alla prostata esistono tre semplici tipi di analisi: (1) l’esame digitale rettale, (2) il PSA e (3) la biopsia. Si tratta di esami relativa­mente semplici che possono essere eseguiti ambulatoriamente.

L’esame digitale rettale

L’ esame digitale rettale richiede un procedimento molto semplice. Il medi­co indossa un guanto sottilissimo, quasi trasparente, quindi inserisce l’indice nel retto del paziente, che resta in piedi, chinato sul lettino. Il dito può sentire i lobi destro e sinistro della prostata, controllarne la misura, la forma, la consistenza e la durezza. (Idealmente la prostata è liscia, simmetrica, lievemente mobile, morbida ma non troppo molle e di dimensioni normali, senza sporgenze o punti duri). Se si riscontra qualche irregolarità si prescrivono ulteriori analisi. Se la ghiandola è sem­plicemente ingrossata, si potrebbe trattare di ipertrofia prostatica benigna, una condizione fastidiosa ma non cancerosa. Se però si nota una consistenza particolarmente dura o si avverte la presenza di noduli, sorge il sospetto di un tumore.

Anche se da parecchio tempo questa pratica viene considerata come un buon esame di routine, presenta qualche difetto. Il medico infatti non può senti­re l’intera ghiandola e un eventuale tumore potrebbe sfuggirgli, a meno che non si sia sviluppato proprio nelle zone raggiungibili con il dito o nelle loro imme­diate vicinanze. Inoltre se la formazione cancerosa è ancora molto piccola, potrebbe non essere percepibile al tatto, anche se viene toccata. Per finire, alcu­ni tipi di tumore non hanno una consistenza particolare, ma sembrano tessuto normale. Il problema è complicato dal fatto che non tutte le prostate sono ugua­li; alcune sono più dure, più tondeggianti, più irregolari o più mobili di altre. Come può il medico sapere se la vostra è così di natura oppure è malata? E comunque si tratta sempre di un giudizio soggettivo: quello che a un medico sembra troppo duro o troppo molle, a un altro pare normale.
Per concludere, l’esame rettale non è perfetto; rappresenta però un sistema semplice per cercare segnali di avvertimento.


Biopsia prostata

Il PSA

Il PSA, un tipo di analisi disponibile a partire dall’inizio degli anni ’80, misura la concentrazione di antigeni specifici della prostata nel sangue. Questi, pro­dotti normalmente dalla prostata, aumentano in presen­za di un tumore perché (1) una ghiandola cancerosa (che è tendenzialmente più grande del normale) ne secerne una maggiore quantità e (2) le cellule malate ne producono di più di quelle sane. In generale un livello di PSA inferiore a 4,0 è considerato normale, mentre uno superiore è visto come sospetto .Infine, qualunque valore oltre 10,0 è allarmante e spesso indi­ca che il cancro si è diffuso oltre la prostata.

In tempi recenti la ricerca ha consentito di defini­re con maggiore accuratezza la nozione di “buon” livello di PSA, adeguandola ai cambiamenti fisici por­tati dall’età. Infatti nei giovani, che hanno tendenzial­mente una prostata più piccola e valori inferiori, aspet­tare che si superi il 4,0 potrebbe, in certi casi, essere pericoloso. Modificando il livello di guardia a seconda dell’età si riesce ad ovviare a questo problema. Nella tabella a sinistra potete vedere i valori ottimali per ogni fascia di età.

Purtroppo, però, il PSA non rappresenta una prova sicura al 100%. Infatti se la prostata è costituzionalmente piccola, il valore sarà particolarmente basso; se invece è per sua natura piuttosto grossa oppure si è affetti da ipertrofia benigna, potrebbe superare il 4,0 anche in assenza di cellule tumorali. Il-livello può anche risultare elevato in presenza di infezioni prostatiche, mentre farmaci come il Proscar (finesteride) lo possono abbassare,’ oppure se il tumore è di dimensioni ancora molto ridotte potrebbe non produrre una quantità sufficiente di PSA per innalzarlo sopra il livello di guardia. Anche le infezioni alla vescica possono modificare il valore, così come il massaggio alla prostata o l’uso medico di un catetere o di un cistoscopio. Vediamo dunque che, sebbene il PSA rappresenti un riferimento affidabile nell’arco del tempo, un singolo esame non può certo for­nire la base per un intervento invasivo. Si raccomanda invece di prendere in con­siderazione il programma disintossicante in nove punti ed effettuare un secondo esame dopo 30 giorni (o prima, se il valore è 10 o più).

La biopsia

Una biopsia può confermare i sospetti di tumore sollevati dall’esame ret­tale e/o dalla misurazione del PSA. Questa pratica, in genere effettuata ambula­toriamente, consente al medico di prelevare frammenti di tessuto prostatico e farli pervenire nel laboratorio di analisi. Guidato da una sonda a ultrasuoni, l’u­rologo inserisce un ago attraverso il retto, fino al sottile rivestimento che separa il colon dalla prostata. Dopo averlo fatto penetrare nella ghiandola, preleva uno o più campioni di tessuto. Questa operazione si può anche effettuare praticando una piccola incisione nella zona tra l’ano e i testicoli oppure attraverso l’uretra (se contemporaneamente viene praticata una cistoscopia o un altro esame che comporti l’inserzione di una sonda nel pene). Può però capitare che il prelievo non venga effettuato nel o nei punti in cui sono presenti cellule malate e che quindi non ci si renda conto della loro presenza; molti inoltre temono che la biop­sia stessa possa contribuire a diffondere il cancro.
L’esame rettale, il PSA e la biopsia sono in genere sufficienti per diagnosti­care o escludere un tumore alla prostata. Questi però non sono gli unici esami a cui sottoporsi per decidere di curarsi, poiché indicano soltanto se la prostata è colpita, ma non se il cancro si è diffuso oltre la ghiandola. Per questa ragione i medici raccomandano ulteriori esami, tra cui:

  • reazione a catena della polimerasi – trascriptasi inversa o (RT)-PCR, una nuova analisi del sangue che mostra se il tumore ha intaccato anche altre parti del L’esame individua la presenza di cellule cancerose nel sangue, una chiara indicazione che il male si è ormai diffuso;

La fosfatasi acida del siero (ACP)

La fosfatasi acide del siero è un’analisi del sangue che viene usata da parecchi anni per aiutare a determinare la propagazione del cancro. I risultati seguono approssimativamente una scala da 0,5 a 1,9 unità per litro, a seconda dei metodi di laboratorio utilizzati, e un ACP elevato indica generalmente che anche altre parti del corpo sono malate. Questo esame non è però completamente affida­bile, poiché i valori ACP possono aumentare a causa del morbo di Gaucher, di infarto prostatico e altre patologie. I risultati possono inoltre essere falsati se il paziente si è recentemente sottoposto a un esame rettale o a un massaggio alla pro­stata, oppure all’inserzione di un catetere a causa di problemi al tratto urinario;

  • la fosfatasi alcalina (ALP) prende in esame un enzima collegato al fegato, alle ossa e ad altre parti del corpo per aiutare a determinare se il cancro ha intac­cato le ossa. Negli uomini i livelli di ALP normalmente vanno da 90 a 239 unità per litro, mentre valori più alti potrebbero indicare la presenza di cellule cancero­ Il test però non è determinante: ha un valore soltanto indicativo; può infatti subire variazioni se sono presenti fratture, se si assumono determinati farmaci che danneggiano il fegato (come i barbiturici) e in altre particolari condizioni;
  • la scintigrafia ossea aiuta a individuare la diffusione del cancro. Una sostan­za radioattiva viene inoculata per via endovenosa, quindi, alcune ore dopo, il paziente viene fatto sdraiare su un lettino e “ripreso” con una speciale apparecchiatura fotografica. In seguito un radiologo esamina le immagini, cercando eventuali “irre­golarità” che potrebbero segnalare la presenza di un tumore alle ossa. (Queste irre­golarità non sono specifiche; si può infatti trattare di cancro, di artrite o altro);


La risonanza magnetica

La risonanza magnetica consente di “esplorare” l’interno del corpo. Il paziente viene fatto sdraiare su una speciale tavola all’interno di una sorta di tubo. L’esame, che richiede circa 40 minuti, è indolore ma noioso e per questa ragione l’apparecchiatura è spesso sistemata in modo che si possa guardare la televisione, ascoltare musica o parlare con un amico. Come la scintigrafia ossea, la risonanza magnetica viene utilizzata per controllare se il cancro alla prostata ha colpito anche altri organi.

Il testo è tratto dal bel libro di L. Clapp “Guarire la prostata in 90 giorni”

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